L’uomo, lo scrittore,
lo studioso

Ho avuto occasione di conoscere Pippo Labisi nell’agosto di cinque anni fa, a Montalbano Elicona, durante un concorso di poesia, quando gli è stato consegnato un riconoscimento alla carriera, e di stabilire con lui, da allora in poi, un rapporto di amicizia che non si è più interrotto.
Quella circostanza mi ha consentito di leggere il suo curriculum artistico, letterario e storico, grazie al quale ho potuto notare in primo luogo i suoi titoli accademici e, subito dopo, considerare l’elenco delle sue pubblicazioni, dei suoi studi, delle sue ricerche, dei suoi interessi, che sono vasti e diversificati come non mi sarei aspettato. Pippo Labisi, infatti, è membro della Società Internazionale di Dialettologia e Geo-linguistica con sede in Germania, è commediografo, è poeta, è autore di prestigiosi volumi, tra i quali il Dizionario del Dialetto Gallo-italico; è autore di saggi di svariato argomento e persino di opere musicali. Di premi e riconoscimenti è pieno, inoltre, il suo percorso intellettuale e culturale.
Non essendo possibile elencarli tutti, scelgo - per campioni - alcuni titoli relativi alla sua ampia produzione: Le varietà alloglotte della Sicilia (1992), I Normanni e il Monastero di S. Maria Annunziata de la Noharia (1993), La cultura sapienziale siciliana (1999), Appunti di linguistica (2000).
Degli scritti relativi al campo della drammaturgia ricordiamo: Teatro popolare siciliano (1989), I sta’ speci di iettaturi libbiratini Signuri (1992), Succedi sempri di venerdì (1979), U lascitu (2003) ed altre opere teatrali in dialetto o in vernacolo. Alla poesia Pippo Labisi si è dedicato con non minore versatilità scrivendo e pubblicando: Comu fogghi a lu ventu (1979), Sempri o naturali (1980), Vecchie rime (2006), Rimembranze (2009) ed altre raccolte, in cui tocca i temi più consueti alla poesia e in cui canta l’eros, l’amore e i variegati sentimenti dell’esistenza, ora con ironia, ora con sensibilità lirica, ora con l’animus di chi vuole assaporarla fino in fondo, la vita, quasi fosse ambrosia custodita nel miglior calice creato dalle mani dell’artista.
Nel settore della musica, infine, vanno menzionate le seguenti opere (musica e parole): Inno alla Sicilia, Campane a festa, Terra mia, Cose di Catania, ecc., nelle quali si coglie una innata predisposizione verso questo genere d’arte e un afflato che si sviluppa parallelo a quello della creatività poetica.
Alla luce di questo ampio ventaglio di scritti, di attestazioni di merito e di così multiformi esperienze editoriali, questo prestigioso Palazzo della Cultura vuole essere non solo opportuno scenario per la presentazione delle più recenti ricerche eseguite dallo studioso, ma anche e soprattutto un luogo che permette di realizzare la felice opportunità per un omaggio non solo mio personale, ma anche di tutti noi: un omaggio corale nei confronti di una persona veneranda che onora Barcellona e, oltre che Barcellona, la cultura siciliana, della cui vastità, ricchezza e diversificazione Pippo Labisi è un testimone, un operatore, un divulgatore, un sostenitore e un cultore. D’altra parte "quello di scrivere ad una certa età le proprie memorie -questo sosteneva e soleva ripetere Tomasi di Lampedusa - dovrebbe essere un dovere, o un obbligo, imposto dallo Stato; il materiale che si accumulerebbe dopo tre o quattro generazioni avrebbe un valore inestimabile: molti problemi psicologici e storici che assillano l’umanità sarebbero risolti". Ciò che voglio sottolineare in apertura di questa presentazione è dunque questo: non possiamo né dobbiamo ignorare quanto è accaduto prima della nostra nascita: né esistono memorie, scritte da uomini celebri o meno celebri, colti o meno colti, che non racchiudano valori sociali, culturali e morali di prim’ordine, sempre di altissimo significato e spessore, qualunque sia la loro rilevanza. Nel caso specifico - mi piace ripeterlo - Pippo Labisi appartiene al gruppo dei personaggi di prim’ordine, non solo nell’ambito del suo territorio, ma anche in quello più vasto della internazionalità. Gli scritti di cui parleremo oggi, anche se sono in forma e dimensione di fascicoli, hanno il pregio di essere agili, essenziali, funzionali alla lettura e alla memorizzazione, stimolanti nei confronti di chi voglia, eventualmente, scendere in ulteriore profondità, e acuti nelle osservazioni che contengono. Tali scritti sono quattro e hanno visto la luce tutti nel 2010. Il primo di essi s’intitola "Lessico e cultura popolare agro-zoonimica nell’isola linguistica gallo-italica di Novara di Sicilia". Si tratta, in realtà, di una Relazione che Pippo Labisi ha tenuto al Congresso Internazionale di Dialettologia e Geo-linguistica, svoltosi presso l’Università di Braga, l’antica e vetusta "Bracara Augusta", in Portogallo, il 7 settembre 2006. Oggetto della dissertazione è l’esito di una ricerca linguistica concernente la persistenza e l’impiego continuato dei caratteri originali, sotto il profilo fonico e semantico, del dialetto di Novara di Sicilia e Fondachelli Fantina dove - afferma Labisi - il gallo-ltalico, dopo un millennio di storia, è tuttora in uso, per quanto corrotto, presso le due popolazioni, e a tutti i livelli sociali. Il Dizionario, elaborato e pubblicato nel 1992 da Labisi, ha inteso e intende non solo conservare il patrimonio lessicale, fonico e comunicativo in questione, ma vuole porsi come strumento di consultazione per tutti coloro - le nuove generazioni in particolare - che tendono a rimuovere dalle proprie conoscenze questo singolarissimo idioma di origine franco-provenzale e italica. Il quale giunse in Sicilia ad opera di una colonia di Normanni (seguita da Lombardi provenienti dall’area gallo-italica del Nord della Penisola) che lo trasferì e lasciò in una vastissima area della Sicilia, quando nell’ XI secolo quell’esercito di cavalieri fu incaricato dal Papa Urbano II di venire a liberare l’Isola dalla schiacciante presenza degli islamici.
Com’è noto, infatti, La Sicilia dell’ XI-XII secolo era il paese delle meraviglie, ricca di monumenti e di attività economiche, di eventi culturali e di splendori architettonici, per cui essa era luogo di fortune e regione di conquista da parte di tanti immigrati. Le motivazioni della venuta in Sicilia dei Lombardi e dei Normanni erano almeno due: restituire la regione alla chiesa cristiana e trovare in essa modi e mezzi di lavoro e di arricchimento. Fu in realtà il re Ruggero II, dietro la promessa di terre, vantaggi e privilegi, a favorire le migrazioni in Sicilia di coloni originari del Monferrato e della Lombardia di allora in modo particolare di Liguri, Piemontesi, Lombardi e Veneti: fenomeno, questo, che generò una storica mescolanza di razze e il particolare dialetto che denominiamo, appunto, gallo-italico. Fu così che il gallo-italico divenne lingua-madre di numerose comunità dell’entroterra dei Peloritani, dei Nebrodi, delle stesse Madonie: Novara di Sicilia, Montalbano, San Piero Patti, San Fratello, Nicosia, Sperlinga, Aidone, Sant’Angelo Muxaro e di altri paesi ubicati lungo la dorsale montana percorsa da Ruggero. E a dimostrazione di quanto attuale ed elevata sia l’incidenza, persino in letteratura, di questo codice linguistico, che spesso noi, sconsideratamente, giudichiamo segno di volgare emarginazione sociale, cito un brano di un’intervista rilasciata al sottoscritto dallo scrittore Vincenzo Consolo quando pubblicò Lunaria, una bellissima favola teatrale ambientata in una Sicilia onirica del Seicento: "La mia sperimentazione stilistica ha un’altra tecnica, diversa rispetto a quella di Verga: io cerco di immettere nel toscano che scrivo quelli che sono i reperti linguistici dei ricchi giacimenti che ci sono in Sicilia. Prendo parole talvolta di origine araba, greca e latina, e più spesso di matrice gallo-italica, e le innesto nel codice linguistico centrale. Non è un’esigenza estetica, ma etica. Credo di poter così rappresentare realtà diverse da altre realtà. E poi, la mia è una esigenza di memoria". II prof. Labisi su questo evento dell’estremo sud dell’Italia ha aperto uno spaccato illuminante con un lavoro storico-linguistico-Ietterario meritevole di futura memoria, ma non meno prezioso sotto il profilo delle microstorie dei borghi più appartati e remoti dal brulichio dei territori costieri. II lavoro è stato quello di andare a individuare e identificare le connotazioni più arcaiche di questa lingua, sedimentate nel vecchio mondo dei contadini, degli agricoltori e dell’umile gente agreste, dove più specificatamente risiede e resiste lo spirito di conservazione delle memorie, delle tradizioni e della difesa della propria specificità culturale. Qui, infatti, è più radicato e, conseguentemente, più refrattario ai cambiamenti, il culto di ciò che si connette con il nostro vissuto, con l’infanzia stessa della nostra tradizione. L’attenzione di Labisi si è pertanto particolarmente concentrata sugli attrezzi di lavoro e sui manufatti dei contadini: manufatti i quali non è facile denominare con un lessico moderno senza alterarne la specificità funzionale, soprattutto perché non sono più in uso. Il fascicolo in esame riporta un significativo campionario dei termini gallo-italici più arcaici e oggi più disusati, con la rispettiva traduzione italiana, per mettere davanti agli occhi dei lettori una sequenza di preesistenze linguistiche, una vetrina di reperti archeologico-Iessicali veri e propri in cui sono sedimentate le radici del sapere e dei saperi di quella gente, i quali costituiscono i più remoti addentellati con gli albori, con i primordi del loro e del nostro essere. II secondo fascicolo s’intitola: Anno 265 a. C. - La battaglia del Longano -L’inizio della decadenza della civiltà greco-sicefiota, ed è stato dato alle stampe anch’esso nell’anno in corso. In questo scritto Labisi affronta una tematica storica che è stata ampiamente dibattuta fra gli studiosi: una vexata quaestio, insomma, una controversia antica, ma ancora aperta, una sorta di dotta "querelle” o disputa, destinata a verificare se il "Longano" presso il quale si svolse la battaglia del 265 a.c., come riferiscono gli autorevoli storiografi Polibio e Diodoro Siculo, sia il torrente che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto, qual è stato l’anno esatto in cui avvenne lo scontro e quegli altri particolari accadimenti che non è il caso di affrontare in questa sede. L’evento storico ricordato è il seguente: Siamo nel 265 a.c., l’anno precedente l’inizio della prima guerra punica (264-241). La battaglia a cui si fa riferimento fu combattuta - scrive Labisi - fra i Greci-Sicelioti di Siracusa, unitamente alle altre città confederate, al comando dello stratega siracusano Jerone, e i Mamertini capeggiati da Cione. I Mamertini erano dei mercenari per la maggior parte di origine campana, i quali, al servizio del tiranno di Siracusa Agatocle, vennero utilizzati dallo stesso Agatocle per combattere contro i Cartaginesi. In seguito alla morte di costui, avvenuta nel 289 a.c., il governo di Siracusa dovette fare i conti con i Mamertini, coi tanti mercenari cioè del disciolto esercito di Agatocle. A ciascuno di questi militari, le cui pretese erano consistenti, per invogliarli ad accettare la proposta, venne promessa la cittadinanza siracusana, che di benefici ne comportava molti, e in più venne garantito il dono di un appezzamento di terreno che assicurasse loro una occupazione redditizia nel settore dell’agricoltura. I Mamertini, diversamente da quel che si pensasse, e che ci si aspettasse, non ne furono entusiasti perché, al posto della terra, chiedevano una ricompensa in denaro. Lo ottennero, ma abbandonarono ugualmente la Sicilia. Giunti sullo stretto di Messina, si impadronirono a tradimento della città, la saccheggiarono e fecero strage di uomini e cose. Intanto, divenuti padroni della città stessa, che allora era denominata Messana, sparsero il terrore in gran parte della fascia settentrionale della Sicilia e si espansero in quella vasta area del territorio che oggi costituisce la nostra provincia, occupando in questa operazione sia Milazzo sia gli altri centri più o meno vicini, tutti di origine greca. I Siracusani, sia per aiutare le città greche - come Abacena, Milazzo, Tindari - sia per frenare l’avanzata mamertina stessa, affidarono il comando della spedizione militare al tiranno Jerone, il quale riorganizzò l’esercito siracusano e si alleò con le città greco-siceliote di Lentini, Mégara Iblea (Augusta), Palazzolo Acreide, Alesa (Tusa), Tindari; e subito dopo con Agira, Catania, Taormina, Centuripe, Adrano. In tal modo, e con l’aiuto di queste città, poté debellare i Mamertini, appunto nella battaglia del Longano. Filippo Cluverio, uno studioso tedesco del XVI/XVII secolo, nella sua interessante - opera storiografica "Sicilia Antica", individuò nel Longano, scenario di quello scontro, il torrente che attraversa appunto Barcellona Pozzo di Gotto, nei cui dintorni - e precisamente sul pianoro di Malatto (oggi Maloto) - si sarebbe svolta la battaglia fra Jerone e i Mamertini, accampati presso il colle Mortellito. Fonti storiche autorevoli di queste vicende, e senza dubbio molto più lontane nel tempo, - afferma Labisi - sono Polibio e Diodoro Siculo, oltre che altri storiografi di chiara fama. Jerone, dunque, dopo avere attaccato i nemici alle spalle, riportò la piena vittoria. I Mamertini sopravvissuti ripiegarono verso Messina, ma chiesero l’aiuto dei Cartaginesi, i quali accolsero la richiesta, raggiunsero la città e vi si insediarono. Jerone, comunque, non aveva interesse ad attaccare i Cartaginesi per cui sospese le ostilità nei confronti dei Mamertimi e li abbandonò al loro destino. Non essendo, però, per nulla gradita la presenza dei Cartaginesi nello stretto di Messina, rappresentando essi una pericolosa spina nel fianco, i Romani uscirono allo scoperto e crearono il "casus belli". In tal modo Roma e Cartagine trovarono il pretesto per affrontarsi e dare via libera alle guerre puniche che si conclusero con la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Roma, da quel momento, avrebbe guardato alla Sicilia con molto interesse: e lo avrebbe fatto per motivi politici (acquisire la supremazia sul Mediterraneo) e per motivi economici (procurare vettovaglie per l’esercito); ma anche per motivi strategici (la Sicilia era un comodissimo ponte per giungere in Africa e conquistarne la fascia costiera, fino a toccare il deserto).
A Milazzo, intanto, il console Caio Duilio, a capo di una poderosa flotta romana dotata di potentissimi rostri, sconfisse clamorosamente e rovinosamente la compagine militare punica mettendone in crisi l’orgoglio e la millantata superiorità. E così ebbe inizio la graduale decadenza della civiltà greco-siceliota. Siracusa, la più illustre delle città siciliane, baluardo della civiltà e dell’universalismo culturale greco contro i Cartaginesi, nel 212 a.c. venne prima assediata e poi saccheggiata, spogliata e distrutta dalle invincibili legioni romane di Caio Marcello. Da quel momento la Sicilia entrò nell’orbita politica di Roma, ne divenne una provincia, ed ebbe fine così la Magna Grecia. Andiamo alle conclusioni. Pippo Labisi - secondo me - non intende fare lo storico, ma il critico storico, che è ben altra cosa. Intende evidenziare cioè episodi (quello della battaglia del Longano ne è una attestazione di primaria rilevanza) oppure eventi (come vedremo con la Scuola Poetica Siciliana) che, per la loro singolarità e la loro incidenza nel tessuto della nostra civiltà, è bene che non siano relegati solo nei libri di scuola o che diventino appannaggio di soli specialisti o vengano semplicemente ricordati quando, nel quadro della ufficialità, servono a osannare retoricamente ed enfaticamente il nostro passato. All’autore piace un genere di divulgazione della cultura che faccia uso di canali non accademici, per quanto il prof. Labisi sia un accademico ad honorem. Quello su cui intendo richiamare l’attenzione di tutti noi, non sono i fatti inediti che pensiamo di riscontrare in questi scritti. Di eventi inediti, in questi fascicoli (a parte la questione del Longano che Labisi analizza con grande competenza), abbiamo numerose tracce, molti risvolti particolari, soprattutto notizie che concernono Barcellona come pure aspetti della storia della Sicilia che non erano stati messi sotto i giusti riflettori dell’osservazione critica. Il merito specifico di Pippo Labisi, la cui fecondità culturale e la cui lucidità mentale non si appassiscono, nonostante la invidiabile età, va individuata - secondo me - in un altro angolo della sua attività divulgativa: nella tenace volontà di essere sempre in prima linea, di non retrocedere, di non andare in pensione - e questa volta nel senso metaforico dell’espressione - di non ritirarsi culturalmente "a vita privata". Ma, al contrario, di essere in questa comunità barcellonese una voce che ammonisce: volgiamoci indietro, guardiamo il nostro passato, facciamo tesoro dell’eredità dei nostri illustri antenati, costruiamo un futuro più umano e più civile, prendiamo consapevolezza della lezione che gli antichi ci hanno trasmesso. E questo perché non si sono minimamente ossidate le parole dello storico romano Sallustio il quale nella Congiura di Catilina scrive -ed io voglio dedicare questa riflessione del grande artista romano proprio al prof. Labisi -: "Molti mortali, schiavi del ventre e del sonno, attraversano incolti e inconsapevoli la strada della vita, simili a viandanti che non vedono e non osservano nulla: a loro certamente, contro natura, il corpo è gioia e l’anima un peso. Vita e morte di quelli - continua l’artista e storico latino, vissuto pochi decenni prima della nascita di Cristo - io giudico alla pari, perché su entrambi si stenderà il silenzio. Invece colui solo mi sembra vivere e godere della vita, colui appunto il quale, assorto in un suo fine, cerca il vanto di una nobile impresa e di un alto operare". Il prof. Labisi è proprio uno di questi, dal momento che di "imprese" culturali e di "alto operare" ha riempito la sua vita. E noi gliene siamo grati.

Barcellona, 8 maggio 2010
Salvatore Di Fazio